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06 | 09 | 2010
- Gli uomini dell'Autonomia - Giuseppe La Loggia

Giuseppe La Loggia (Agrigento, 2 maggio 1911 – Palermo, 1994), anche se non prese parte ai lavori avviati dalla Consulta per la redazione del testo dello Statuto, s'impegnò nella messa in pratica dei suoi principi. L'impegno del politico agrigentino si concentrò, a proposito del confronto dialettico fra Regione e Stato, nel sostenere la causa di un autonomismo unitario. Inoltre sostenne il perseguimento di un obiettivo riparazionista, visto come giusto risarcimento dello stato per ripagare i danni provocati all'isola a partire dall'unificazione.

Giuseppe La Loggia si era formato alla politica sotto la guida del padre Enrico, insigne giurista di idee socialiste. Era stato lui, alla scissione del Partito, a stilare lo Statuto del nuovo Partito Socialista Riformista insieme a Leonida Bissolati e Giacomo Matteotti. Sempre Enrico, dopo essersi tenuto in disparte nel corso del Ventennio, aveva pubblicato nel 1944 un libretto dal titolo Ricostruire in cui teorizzava il “riparazionismo”, che sarebbe diventato il manifesto degli autonomisti unitari. Anche Luigi Sturzo, di cui sarebbe diventato amico, avrebbe inciso profondamente sulla formazione di Giuseppe La Loggia.

Insieme a Giuseppe Alessi e Franco Restivo, Giuseppe La Loggia è stato protagonista della difficile fase di avvio dell'esperienza autonomista nell'isola. Indro Montanelli, osservatore attento delle vicende siciliane del tempo, ha definito Alessi, Restivo e La Loggia la «triade». In quel periodo prese forma il nuovo assetto istituzionale-amministrativo della Sicilia, orientato all'avvio di una politica economica di ricostruzione e sviluppo. Rileva in proposito Francesco Renda: «Mai nella storia siciliana vi è stato un periodo in cui i problemi dell'economia e del suo sviluppo abbiano avuto tanto peso nel dibattito politico e culturale isolano quanto negli anni dell'autonomia. E mai, come in quegli stessi anni, il tema della collocazione della Sicilia in rapporto allo sviluppo nazionale è stato così ampiamente e consapevolmente trattato». L'elemento distintivo della nuova classe dirigente isolana, venuta fuori nel clima travagliato del dopoguerra, fu proprio «quella speciale e sorprendente consapevolezza: che era dall'economia che bisognava muovere, oltre che dall'innovazione giuridico-istituzionale; ed era sul terreno dell'economia che in modo particolare occorreva cimentarsi, se realmente si voleva un rifiorire politico e morale della Sicilia» (F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, Palermo, Sellerio, 1987, vol. III, p. 319).

Dopo avere a lungo ricoperto delicati incarichi assessoriali dal 1947 (primo governo Alessi) al 1955 (governo Restivo) La Loggia fu eletto alla Presidenza della Regione il 22 luglio 1956. La sua attività politica fu orientata alle battaglie per la Riforma Agraria e per l'industrializzazione, culminate nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. Al contempo, però, i metodi clientelari di applicazione delle politiche economiche e di sviluppo del Presidente La Loggia, espressione massima del fanfanismo nell'isola, furono oggetto di durissimi attacchi.
Fu proprio la frattura interna alla Democrazia Cristiana fra fanfanisti e antifanfanisti a fare cadere il primo governo La Loggia. Il 31 ottobre 1957, infatti, a causa dei colpi dei franchi tiratori, non fu approvata la Legge di Bilancio per l'anno in corso e il governo entrò in crisi.

Il 26 novembre 1957 La Loggia fu il successore di se stesso alla Presidenza della Regione, guidando un governo monocolore democristiano. Di nuovo però cadde in sede di votazione del Bilancio regionale, pur avendo ottenuto l'approvazione dei singoli articoli della relativa legge.

Con l'uscita di scena dell'ultimo della «triade» dei fondatori dell'Autonomia, come commentava Montanelli, nell'Assemblea Regionale Siciliana «c'era il vuoto, e poi il vuoto e quindi gli altri ottantasette deputati» (citazione riportata in R. Menighetti, F. Nicastro, Storia della Sicilia autonoma. 1947-1996, Caltanissetta-Roma, 1999, p. 71).

 
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